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Storia Articoli e approfondimenti sulle tecniche e tematiche filosofiche riguardanti Fushion

 

Storie Zen
La ciotola

 

Un novizio, appena entrato nel monastero, domandò al maestro Chao-chou: "Ti prego, spiegami che cosa devo fare per raggiungere l'illuminazione".
"Hai mangiato la tua zuppa?"
"Si."
"Allora, lava la ciotola."

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Commento: Il monaco credeva di dover compiere chissà quali grandi sforzi, chissà quali straordinarie imprese. E invece doveva compiere qualcosa di comunissimo... benché con piena consapevolezza.
Esercitiamoci a svolgere azioni e compiti ordinari - che di solito compiamo meccanicamente, distrattamente - concentrandoci soltanto su di essi. Se mangiamo, siamo consapevoli del mangiare; se camminiamo, siamo consapevoli dei movimenti; se parliamo, siamo consapevoli del parlare; se laviamo i piatti, siamo consapevoli di lavare i piatti, e cosi via..
L'esercizio più semplice consiste nell'essere consapevoli - per cinque minuti, dieci minuti o quanto si vuole - del respiro; è un modo per rientrare in contatto con la natura e con le sue esigenze; è un modo per diventare consapevoli di sé. come tutte le funzioni fondamentali della nostra vita, il respiro va avanti da solo, si auto-regola e non ha bisogno di un atto di volontà. Nello stesso tempo, risente dei nostri stati d'animo.
"Ciò" che respira non è né la nostra volontà né la nostra mente; è il nostro essere più profondo.

L'uomo e la tigre

Un uomo stava camminando nella foresta quando s'imbatté in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull'orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò da aggrapparsi al ramo sporgente di un albero.
Guardò in basso, e stava per lasciarsi cadere, quando vide sotto di sé un'altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi, l'uno bianco e l'altro nero, che incominciarono a rodere il ramo.
Ancora poco e il ramo sarebbe precipitato.
Fu allora che l'uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Tenendosi con una sola mano, con l'altra spiccò la fragola e lo mangiò.
Com'era dolce!

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Commento: Questo aneddoto illustra la saggezza e l'essenza dello Zen: la capacità di vivere qui ed ora, di cogliere l'attimo fuggente.
Tra le opposte esigenze, tra l'essere e il nulla, tra la vita e la morte, rifiutando tanto lo sconforto quanto l'esaltazione, il saggio sa gustare la dolcezza di un semplice frutto, di un semplice istante.
Meditare è immergersi nel presente, lasciando perdere sia i ricordi sia le preoccupazioni per il futuro. Anche se ci troviamo sull'orlo di un precipizio, questo momento è tutto il nostro tempo. Solo la nostra mente, con le sue previsioni e le sue anticipazioni, ce lo può distruggere.

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Il burrone

Un monaco si lamentò con il suo maestro perché non riusciva a raggiungere il satori.
"La colpa è tua" gli rispose il maestro.
"In che cosa sbaglio? Che cosa mi manca?" domandò l'allievo.
"Vieni con me, e te lo mostrerò."
Il maestro chiamò un altro discepolo, che era cieco, e tutt'e tre si recarono sulla montagna, in un punto in cui uno stretto tronco era stato gettato su un burrone.
"Attraversa!" disse il maestro al primo monaco.
Il poveretto guardò il fondo del burrone, il debole tronco e rispose: "Non posso: ho paura".
Allora il maestro si rivolse al discepolo cieco e gli diede lo stesso ordine.
Il monaco attraversò senza esitare il burrone.
"Hai capito?" domandò il maestro al primo monaco.

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Commento: È sempre la paura il sentimento che si oppone al nostro risveglio: la paura di essere autonomi, la paura dell'ignoto, la paura di perdere il proprio ego, la paura della responsabilità. Eppure, per colmare il divario, per raggiungere l'altra riva, è necessario affrontare l'abisso; e questo non può essere fatto se non si eliminano i mille timori che ci accompagnano nell'attraversamento. Il coraggio è indispensabile sulla Via della liberazione, come, d'altronde, in tutte le imprese fondamentali della vita. Come recitano dei versi di Wu-men, si tratta di "Camminare sul filo d'una lama, correre sulla cresta del ghiaccio, non preoccuparsi della scala, lasciare il sostegno sul precipizio."

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Senza parole

Un sacerdote incontrò un giorno un maestro zen e, volendo metterlo in imbarazzo, gli domandò: "Senza parole e senza silenzio, sai dirmi che cos'è la realtà?"
Il maestro gli diede un pugno in faccia.

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Commento: Non si tratta di un atto di aggressione, ma della risposta che il sacerdote aveva chiesto. quando, escludendo il linguaggio verbale e anche quello del silenzio, la realtà è affidata ai fatti. Quel pugno aveva dato all'interlocutore il (senso vivo e diretto) delle cose. Tutti abbiamo bisogno di ricevere ogni tanto uno scossone. Non sempre i risvegli sono piacevoli. Accettiamo quelli più dolorosi come tentativi traumatici della vita di destarci dal sonno. E, se vogliamo evitare o attutire questi traumi, invece di aspettare con paura i colpi della sorte, viviamo con consapevolezza. La consapevolezza ci permette di essere all'altezza delle situazioni, di essere presenti. Ed è la Via del risveglio.

il dito e la luna

Una sera di plenilunio, il maestro Pai-chang chiamò i suoi allievi e disse loro: "chi ha capito l'insegnamento zen dev'essere in grado di spiegare che cos'è la luna senza nominarla".
Uno dei discepoli pensò: "Questa volta non posso sbagliare". Sollevò il braccio e con il dito indicò la luna.
Pai-chang gli afferrò il dito e glielo storse. "E adesso dov'è la luna?" domandò.
Il monaco si risvegliò.

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Commento: Non esiste solo il linguaggio delle parole: anche i gesti le espressioni e lo stesso silenzio constituiscono un linguaggio. Quando lo Zen dice che dobbiamo cogliere la verità (oltre la mente), si riferisce a qualsiasi tipo di espressione escogitata dall'uomo. Il monaco che aveva creduto di risolvere questo caso in modo simile al precedente aveva in realtà utilizzato solo un altro tipo di linguaggio. Ma non era riuscito a "dire" che cosa fosse la luna. Come recita un detto zen, "il dito che indica la luna non è la luna". Non dobbiamo illuderci che il "senso delle cose" sia stato concepito (per) l'uomo. "Il cielo e la terra sono disumani" dichiara in tal senso Lao-tzu. Dopo aver (parlato) delle cose, abituiamoci a togliere il "dito" e a guardare la realtà senza simboli.

Una trasmissione speciale

Fu chiesto una volta a Bodhidharma di dare una definizione dello Zen.
Ed egli, contravvenendo allo spirito stesso del suo insegnamento, rispose così: "È una trasmissione speciale al di fuori delle scritture, è indipendente da parole e da lettere, punta direttamente allo spirito dell'uomo, è un contemplare la propria natura".

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Commento: Nello Zen non esistono né testi "sacri" né tanto meno "rivelazioni divine". La comunicazione avviene soltanto da spirito a spirito, senza mediazioni di parole e di discorsi. Anche il maestro esterno non è che espressione di quello interiore. L'unica vera guida è in effetti il proprio sé. L'essenza delle cose può e deve essere colta nella "propria natura", la quale è a sua volta parte della natura originaria generale. Questa condizione esiste (prima) del nostro linguaggio, ed è ad essa che dobbiamo volgerci quando la nostra mente ci fa perdere il contatto con la realtà.

Lascialo cadere

Un ricco mercante si recò un giorno dal Buddha. "Dimmi che cosa devo fare per ottenere la liberazione" gli domandò offrendogli un vaso d'argento.
Il Buddha gli rispose: "Lascialo cadere".
L'uomo lasciò cadere a terra il vaso.
Poiché il Buddha si era fatto silenzioso, il visitatore gli ripeté la domanda e, questa volta, gli offrì un piatto d'oro. "Che cosa devo fare per raggiungere la salvezza?"
"Lascialo cadere" gli rispose l'Illuminato.
Il mercante lasciò cadere a terra il piatto.
Poi, visto che non gli veniva data altra indicazione, si decise a ripetere la richiesta, porgendo il dono più prezioso che aveva: un diamante.
Il Buddha gli rispose: "Lascialo cadere". Il visitatore pensò di essere stato preso in giro.
Indignato, si alzò di scatto per andarsene. Fatto qualche passo, si voltò a dare un ultimo sguardo al Buddha.
E questi gli disse: "Lascialo cadere".
All'improvviso il mercante capì.

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Commento: Che cosa capì il mercante? Che cosa doveva lasciar cadere? Evidentemente l'insieme delle sue opinioni su ciò che bisogna fare per ottenere la liberazione, la salvezza. Egli aveva pensato - un po' come tutti i ricchi - di potersela comprare con beni materiali e con offerte. E il Buddha gli aveva detto che questa era un'idea da lasciar cadere. *È la stessa risposta che Bodhidharma diede all'imperatore Wu.* Ma non bastava: occorreva "lasciar cadere" la mente stessa, con tutto il suo bagaglio di convinzioni, di ambizioni e di reazioni. Fu questa l'intuizione giusta del mercante. Molti di noi, influenzati dai valori comuni, credono che anche nel campo spirituale, si tratti di (acquistare) qualche merito, qualche vantaggio, qualche credito, si tratti di fare qualche buon affare. Dobbiamo piuttosto lasciar cadere questa mentalità mercantilistica.

Il Dibattito

C’è un’antica tradizione in alcuni monasteri Zen del Giappone, secondo la quale se un monaco errante può vincere un dibattito sul Buddismo con uno dei monaci residenti,

acquisisce il diritto di pernottare una notte,

altrimenti deve proseguire il suo cammino.

Vi era uno di questi monasteri, tenuto da due fratelli;

il più anziano era molto istruito, e il più giovane era piuttosto stupido,

e in più orbo di un occhio.

Una sera un monaco errante capitò da quelle parti a chiedere ospitalità.

Il fratello maggiore era molto stanco, perché aveva passato tutto il giorno a studiare,

perciò disse al più giovane che doveva essere lui ad affrontare il dibattito.

«Abbi cura che il vostro dialogo avvenga in silenzio»,

lo ammonì.

Alcune ore dopo il viandante si presentò dal monaco più anziano dicendo:

«Vostro fratello è proprio un tipo straordinario!

Ha vinto il dibattito in modo assolutamente geniale, così ora devo andarmene,

non mi è possibile rimanere».

«Prima di andarvene-disse il fratello più anziano-

vorreste essere così gentile da raccontarmi com’ è andato il dibattito?».

«Beh -disse il viandante- per prima cosa

io ho sollevato un dito per simboleggiare il Buddha.

Allora il vostro giovane fratello ha alzato due dita,

che stavano a rappresentare il Buddha e il suo divino insegnamento.

Così io ho sollevato tre dita ad indicare il Buddha, il suo divino insegnamento e i suoi discepoli.

A questo punto il vostro sagace fratello agitò il pugno chiuso davanti alla mia faccia,

ad indicare che tutte queste tre cose

provengono da un’ unica realizzazione».

E con queste parole il viandante partì.

Alcune ore più tardi, il giovane monaco

Comparve davanti al fratello con aria afflitta.

«Mi è parso di capire che hai vinto il dibattito».

Gli disse il fratello più anziano.

«Non ho vinto niente- rispose-

quel viandante era proprio un villano».

«Toh- esclamò l’altro- raccontami come è andata…»

«Sai cha ha fatto –proseguì il giovane- appena mi ha visto ha alzato un dito per insultarmi,

per farmi notare che sono orbo di un occhio.

Ma ho pensato che, poiché era un forestiero,

era mio dovere comportarmi educatamente,

così ho alzato due dita per congratularmi con lui

che di occhi ne aveva due.

A questo punto quello screanzato ha alzato tediata

Per farmi capire che in due avevamo solo tre occhi,

così non ci ho visto più…

sono diventato pazzo di rabbia

e l’ho minacciato di spaccargli il muso con un pugno».

 

L’anziano fratello rise.

 

 

 

 

 

Ceramica Giapponese e Cultura Zen


Le ceramiche giapponesi si differenziano totalmente dai prodotti cinesi molto rifiniti e tecnicamente perfetti, e devono essere valutate su di un piano del tutto diverso. I ceramisti occidentali hanno un grosso debito verso di esse.

Il periodo Momoyama (1568-1615) ha una grande importanza nella storia del Giappone perché segna il primo incontro con la civiltà occidentale: infatti la ceramica giapponese Momoyama, epoca che durò meno di 50 anni ma che gettò le basi del Giappone moderno, insieme con la ceramica Cinese Sung è la principale fonte di ispirazione delle ceramica occidentale.

Per i ceramisti giapponesi la popolarità della cerimonia del tè creò un grande mercato: essi divennero ben presto altrettanti maestri di cui si ammirava l’originalità e l’impronta della loro personalità nell’argilla.bijoux perle e perline

Come già accennato, il tè era stato introdotto dai monaci cinesi che avevano scoperto in esso moderate proprietà stimolanti, in sintonia con la loro vita: al tè si chiedeva infatti di propiziare armonia, purezza e calma, senso di rispetto, tutti elementi fondamentali della comunità monastica.

Ciotola Momoyama
(inizio 1600 circa)



La concezione Zen ebbe una influenza notevole sull’arte o cerimonia del tè, il Cha-no-yo (“acqua per il tè”). Infatti lo Zen, non potendo essere spiegato ma solo “mostrato”, insegna la partecipazione attiva alla vita di ogni giorno: possiede una intensa ritualità, ma fatta di pratiche quotidiane.

ciotola raku Momoyama

Le ciotole Raku dalle forme irregolari , semplici e tuttavia molto raffinate trasmettono la forza e la personalità del loro creatore racchiudendo in sé l’essenza della cerimonia del tè.

I primi maestri del tè furono sensibilissimi arbitri del gusto: è indubbio che l’arte del tè ha educato la cultura europea e prima ancora i giapponesi, ad indugiare per un attimo sugli oggetti, anche i più modesti, riflettendo sull’essenza della bellezza allo scopo di raggiungere l’armonia e tranquillità spirituale.

Netsuke

Netsuke in
avorio,
fine del XVIII secolo

Armonia che si ritrova nella stessa cultura giapponese, dall’architettura all’abbigliamento (i Netsuke erano piccoli accessori creati per essere a stretto contatto con il loro possessore rispettando il bisogno di queste splendide miniature artistiche di stare nelle vicinanze umane per potersi sentire “vive”) dalla calligrafia intesa come mezzo di espressione della natura e dell’emozioni dell’uomo, all’haiku (componimento poetico - calligrafico), dal bonsai all’Ikebana.

L’occidente ha spesso recepito queste ultime pratiche sotto un profilo tecnico (ad esempio semplicemente come “arte di disporre i fiori”), mentre nel quadro della cultura Zen hanno un preciso significato: ricreare con mezzi semplici e domestici un microcosmo universale.

Bibliografia
Peter C. Swann “Il Giappone” ed. Il Saggiatore
Teiere Yixing a cura di Patrizia Chignoli- Ed Belriguardo

 

 

 

 

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